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A cura di Giuseppe Giraldi

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SANITÀ A COSENZA: ASPETTANDO L’ALBA DEL GIORNO DOPO

Posted On Giovedì, 16 Dicembre 2021 13:55

di Domenico Gimigliano -

Il PNRR dice che in Italia Il Servizio Sanitario Nazionale “presenta esiti sanitari adeguati”. È un modo come un altro (ce ne sono tanti, tutti sbattuti in faccia con frequenza anche quotidiana) per dire che la Calabria non fa parte dell’Italia. Fa solo finta di farne parte.

Vi racconterò di un paziente strapazzato. Ma io non voglio parlarvi di Servizi Sanitari, dalle nostre parti sono spariti da tempo, qualcosa che c’era in passato e non c’è più e io non sono uno storico.

Voglio invece raccontarvi una storia di ospedali e di persone, per dirvi come il funzionamento degli uni abbia effetti anche sui sentimenti e sulla condizione di umanità delle altre.

Ma vi voglio avvertire a scanso di equivoci. Siccome dice che le cose camminano con le gambe degli uomini, non facciamo che poi ve la prendete con quegli uomini che prestano le loro gambe per far camminare le cose: questi sono gli operatori e per essi ho una grande comprensione e nutro altrettanta stima e gratitudine. Il paziente è stato bistrattato dal Servizio (l’ironia dei nomi!) e non per volontà degli operatori.

Il nostro è un paziente oncologico. Dovremo dargli un nome, lo chiameremo C. Per il nome fate voi purché inizi con C, come Capace. 

C. sa come opporre la necessaria resilienza, è capace di farlo. È uno di quelli che oggi difficilmente gli ospedali possono accogliere perché il loro posto è occupato da coloro ai quali bisogna riconoscere la libertà di non vaccinarsi (eh sì, la libertà è un diritto fondamentale, e pazienza se alcuni lo esercitano equivocando e condannando se stessi e altri e per di più intasandogli ospedali; anch’essi sono personaggi del coro della nostra storia).

Ma C. non è solo un paziente oncologico. Lui è affetto da “comorbilità”: cardiopatia ischemica cronica, BPCO (Bronco Patia Cronica Ostruttiva), enfisema polmonare e altro.

Ma C. non è solo un malato oncologico affetto da “comorbilità”. Soffre anche di una malattia particolare, ben più grave, che non può essere classificata all’interno di una “coesistenza di più patologie”, perché invece le infetta e le aggrava tutte. È unamalattia incurabile, pregiudica tutte le altre e spesso impedisce che si fronteggino con cure adeguate.

C. è calabrese. È nato in Calabria, è vissuto in Calabria, risiede in Calabria. Ha la ventura, così, di esercitare la funzione di cittadino(si fa per dire) sul territorio di questa Regione.

Dove lo Stato è troppo lontano. Dove i Servizi Sanitari, già molto precari, sono esplosi. Dove la “presa in carico” del paziente, mai esistita, è diventata un sarcastico “abbandono del paziente”. Dove gli “esiti sanitari” non sono “adeguati” come il PNRR afferma essere nel resto del Paese. Dove ormai la “comorbilità” e la pluripatologia lasciano una sola possibilità di continuare a vivere: l’emigrazione sanitaria. Non in gommone, questo no, ma con lo stesso obiettivo di raggiungere contrade che, anziché soffrirne l’ostilità e la sconoscenza, godono maggiormente dell’attenzione dello Stato. 

E chi non può vuol dire che non lo fa, non emigra, pazienza. E siccome “non può”, evitiamo di parlarne, se no dice che ci lamentiamo troppo.

Vi voglio invece parlare della moglie del pluripatologicobistrattato paziente, una signora alla quale pure daremo un nome, perché anche se bistrattati la dignità mica si perde (casomai sono gli altri a perderla).

La chiameremo E., come eroica. 

In un freddo pomeriggio di dicembre, tornata a casa, E. si è vista costretta a portare il marito al pronto soccorso dell’Ospedale Annunziata di Cosenza.

Un Ospedale Hub con tanto di titoli e (presunti) requisiti, che lo mettono nella necessità di accogliere pazienti provenienti da tutta la provincia: uno più, uno meno, 130.000 all’anno. Avete letto bene, centotrentamila persone, in quella miseria di posti letto.

Intorno alle quattro pomeridiane del 12 dicembre, C., sofferente, viene “accolto” in siffatto Pronto Soccorso e messo in attesa su una sedia. La moglie si mette in attesa fuori dal Triage, in piedi.

Ci vogliono circa le 22,00 perché la signora (intanto, dopo ore di allerta, si era almeno rifugiata in macchina) riesca finalmente a mettersi in contatto con il Pronto Soccorso. Erano occorse più di otto ore di tentativi. Le viene risposto, sgarbatamente, che il paziente è stato appena visitato (presumibilmente da uno specialista faticosamente raggiunto) e che per la diagnosi è necessaria ancora una ecografia. Nella telefonata si percepisce molta tensione. C. non è stato ancora allettato.

Alla 1,30 circa E. riesce a mettersi in contatto telefonico con il marito il quale, parlando ormai stentatamente, le riferisce di essere ancora su una sedia e di avere 39,2 di febbre.

È ormai l’alba del giorno dopo quando, alle 5,30, dopo più di 13 ore parte in piedi e parte in macchina, E. decide di abbandonarel’inutile attesa. Ma prima riesce a contattare di nuovo il marito,che quelle tredici ore le ha passate sofferente e febbricitante su una sedia e che ora a stento riesce a biascicare qualcosa. Ha appena fatto l’ecografia ma non ne conosce l’esito.  

Una notazione a margine: durante la lunga attesa fuori dal triage, E. ha assistito a un continuo afflusso di malati covid, anche bambini, a sovraccaricare ulteriormente una struttura e un ospedale ormai boccheggianti. Il marito di E. è ancora senza letto.

Non è che tempestività di diagnosi e presa in carico del paziente c’entrino un po’?

Poco prima delle 10,00 del mattino dopo il ricovero, C. conquista l’agognato letto. Poco dopo giunge l’esito dell’ecografia, fatta intoro alle 5,30. Ancora un po’ e arriva pure la diagnosi. C. viene dimesso.

C. ed E.: una storia di ordinaria sanità in Calabria.

Mi chiedeva la signora: ma quelli che fanno le scelte, assumono le decisioni, attivano le risorse, ne programmano e gestiscono l’attuazione, questi signori, personalmente, sono mai stati nel Pronto Soccorso di Cosenza?     

Non è che a qualcuno dei sunnominati, aggiungo io, possa venire in mente di riaprire immediatamente i Pronto Soccorso territoriali tanto improvvidamente a suo tempo chiusi?

Però, raccomando subito dopo, non attraverso l’Agenzia Zero, per cortesia, i Pronto Soccorso sono troppo urgenti. Ammesso che l’iter legislativo per la sua istituzione si concluda presto, ci vuole troppo tempo per fare le nomine.

Domenico Gimigliano

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