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A cura di Giuseppe Giraldi

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2 NOVEMBRE, UN RICORDO DI CHI HO AMATO E CHE NON C’È PIÙ

Posted On Lunedì, 02 Novembre 2020 08:25

 

di Giuseppe Giraldi -

Amo la mia terra, ci passo i miei giorni perché tra quegli alberi i ricordi mi tengono compagnia. Rivivo episodi di quand’ero bambino. Faccio le cose che vedevo fare ai grandi.

Rivedo mio nonno che sbuccia una pera per me e mio fratello, seduti su un muretto, mentre ci racconta di quando era soldato del Re, della guerra combattuta da volontario, quella vinta con più morti di chi l’ha perduta, lasciati sui campi di battaglie perse.

Ci parlava dell’Italia, la Madre Patria, di come onorarla e rispettarla per essere degni di essere italiani fieri delle proprie origini, del le proprie radici, ben sapendo però che non per esse saremo giudicati dagli altri, ma per quello che siamo capaci di fare, per i frutti che daremo. Durante la guerra, all’età di 18 anni, partecipò alla battaglia di Vittorio Veneto e si comportò coraggiosamente. Questo gli valse un arruolamento di tre anni come carabiniere e ancor più prese corpo il suo senso della disciplina e del dovere. Poi partì per le Americhe. Queste sensazioni di nostalgia si acuiscono quando sei all’estero e ti manca il suono delle parole italiane, così diceva il nonno.

Raccontava che negli anni venti del secolo scorso, gli italiani in America erano considerati solo un piccolo gradino meglio di com’erano considerate le persone di colore e che quegli anglosassoni che li trattavano come bestie da lavoro, sostenevano con forza di non essere razzisti. Come cambia il mondo. Ora in Italia diciamo la stessa cosa: non siamo razzisti.

Ma molti italiani, visti i sondaggi, pensano sia meglio che gli africani se ne stiano in Africa a creparsi a casa loro. Aveva ragione mio nonno, dovremmo giudicare le persone solo per come si comportano e non per il colore della pelle. Quando tornò dalle Americhe, comprò un pezzo di montagna e un po’ di terra da coltivare, si sposò e volle 7 figli, 4 femmine e 3 maschi, nati tra il ’29 e il 42’, braccia che avrebbero dovuto aiutarlo a mettere a coltura altra terra. Le cose non andarono così, quasi mai i progetti di vita si realizzano per come li immaginiamo.

Mio nonno, nonostante le avversità, mai perse la coerenza. Per lui, essere italiano voleva dire fedeltà alla Patria e al RE e alla famiglia, in quest’ordine. Uomo tutto d’un pezzo, quando il 18 dicembre 1935 fu indetta daregime fascista la giornata per dare l’Oro alla Patria, come risposta alle sanzioni decretate contro l’Italia dalla Società delle Nazioni, lui portò ai gerarchi tutti gli oggetti d’oro che aveva, compresa la fede nuziale, nonostante il pianto di sua moglie che voleva tenersela. Eppure quell’oro avrebbe potuto essere la salvezza in caso di cattive annate del raccolto, poteva significare vivere o morire davanti a un futuro incerto nel quale immaginare guerre non era poi così utopistico. Era la follia di quei tempi che, partendo dalle avventure coloniali, condusse il paese ad affrontare una seconda guerra mondiale per non essere da meno di un alleato più pazzo del duce impazzito.

Anni difficili durante la guerra, anche i parenti sfollati da Cosenza si rifugiarono dal nonno. Altre bocche da sfamare, ma lui accoglieva tutti e tutti insieme riuscirono a sopravvivere, con difficoltà, ma ce la fecero. La guerra finì, ci fu il referendum, Repubblica / Monarchia, e mio nonno, manco a dirlo, votò per quest’ultima; vinse la Repubblica e lui non riusciva a capacitarsene. Ancora nel 1974, quando lo vidi per l’ultima volta a Toronto, alzando gli occhi dal giornale italiano che gli avevo portato, mi diceva: Peppinì, ma ci pensi… avevamo giurato tutti fedeltà al Re e tanta gente ha tradito il giuramento. Si sono scordati che cos’è l’onore!

Lui non lo scordò mai e non scordò mai nemmeno cos’è il dovere. Infatti, tornando al dopo guerra, pian piano, lavorando sodo, il nonno riuscì a risollevare le sorti della famiglia e si stabilirono tutti in una nuova casa un po' più grande e la casa dov’era nata mia madre fu fatta aggiustare per poter ospitare la figlia primogenita da maritare; mia madre era la seconda figlia e perciò dopo toccava a lei accasarsi. Fu proprio camminando per quei viottoli di campagna, che mio padre la corteggiò, come si faceva un tempo, con qualche parolina di complimento apprezzata con un sorriso.

Era quello il segnale che mio padre aspettava. Qualche giorno dopo il primo approccio, complice una bella luna piena, non c’era la pubblica illuminazione e nemmeno la luce elettrica in casa, una tiepida sera di giugno, sotto la finestra di mia madre, parti la serenata. Che emozione per lei sentire quella musica e che soddisfazione per mio padre, il cantante chitarrista, quando mia madre dopo un po’ si affacciò. Fu una bella serenata, ascoltata da tutto il vicinato. Mia madre al davanzale, mentre il cuore le batteva più in fretta, non perdeva una parola di quelle canzoni in cui melodia e poesia si fondevano in un connubio fatto apposta per toccare il cuore di una ragazza innamorata.

Finita la serenata, poiché era stata gradita, toccò a mia madre scendere in cortile e pronunciare la frase di rito: se hai intenzioni serie, vieni a parlare con mio padre

Così mio padre salì in casa e parlò con nonno e dopo circa due anni, nel 1951, nel mese di giugno ci furono le nozze e nel mese di marzo dell’anno successivo nacqui io.

Io che continuo a prendermi cura della terra sulla quale siamo nati e che come diceva mio padre per prendermi in giro, faccio finta di fare il contadino. Ed è vero. Zappetto qualcosa, poto la vigna e gli ulivi, ma lo faccio per divertirmi. Non come i contadini veri, quelli che hanno i calli alle mani, la faccia screpolata dall’aria e bruciata dal sole. Quelli che non sanno come fare se una cattiva annata porta nella loro casa il dramma di come sfamarsi fino al prossimo raccolto.

Invece io ci provo per affetto e rispetto verso chi prima di me ci ha lavorato sopra quella terra. Così penso di poter far vivere in me quelle persone, e il loro lavoro in quel che faccio, che è quel che avrebbero voluto continuare a fare loro... e così vivo l’illusione di riuscire a fermare il tempo. Ci siamo tutti: io, mio padre, mio nonno. Insieme facciamo l’orto, potiamo la vigna e gli ulivi, raccogliamo le noci e le ciliegie, intrecciamo vimini per fare ceste e scherziamo su chi troverà più funghi, ma mi prendono in giro dicendo che vi passò sopra coi piedi perché non li vedo. Sono ancora qui e mi terranno compagnia, non andranno via finché resta il loro ricordo.

Intorno a me sento le loro voci che arrivano dal passato, ma vedo anche nel futuro, vedo me stesso quando non ci sarò più, continuerò a vivere nelle piante e nella terra che amo, nell’aria che passa tra le foglie degli alberi e nell’acqua che nasce sotto il casolare di mio nonno e riempie la vasca scavata da mio padre... siamo di passaggio, ma qualcosa di noi resta, resta per sempre!

 

 

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