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A cura di Giuseppe Giraldi

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PRIMO LEVI: SHEMÀ

Posted On Martedì, 28 Gennaio 2020 19:54

Ascolta queste parole, non leggere con gli occhi, ascolta queste parole. 

Ascoltatele con il vostro cuore, sono certo che non le dimenticherete.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

SE QUESTO È UN UOMO - PRIMO LEVI
commento della poesia SHEMA'
scritto da BENEDETTO COMPAGNONE, un ragazzo della II C del Liceo Scientifico e Linguistico di BATTIPAGLIA nell’anno scolastico 2016/2017.
La poesia “Shemà” di Primo Levi è un breve testo in versi liberi che apre il suo romanzo intitolato “Se questo è un uomo” pubblicato nel 1947.
In quest’opera viene spiegato cosa e come erano l’internamento e la prigionia nei campi di sterminio nazisti, ma soprattutto si fa riferimento a ciò che resta di quei pochi “non più uomini” salvati da quell’inferno comunque destinati ad essere per sempre “sommersi” nel vortice di quell’incubo, sia da svegli che da dormienti.
Il libro “Se questo è un uomo”, di cui la poesia in questione ne è l’introduzione, fu scritto quasi di getto, dettato dalla furiosa esigenza di testimoniare il drammatico orrore dei lager nazisti che egli stesso aveva vissuto. Levi, infatti, fu fatto prigioniero il 13 dicembre del 1943 e fu deportato, stipato su un treno merci insieme ad altri 650 ebrei (50 per vagone), nel campo di concentramento di Auschwitz in Polonia il 22 febbraio del 1944, dove, dopo essere stato spogliato del suo nome e registrato con il numero 174.517, vi rimase fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa avvenuta il 27 gennaio del 1945.
Egli fu uno dei venti sopravvissuti di quei 650 ebrei italiani arrivati assetati, infreddoliti e stremati dal lungo e disumano viaggio al campo nazista polacco in quel gelido giorno di inverno.
La poesia “Shemà” riporta la data del 10 gennaio 1946, poco più di un anno dopo la sua liberazione dalla prigionia e a seguito del suo lungo e travagliato ritorno in Italia ad ottobre del 1945.
Shemà” è una parola ebraica che significa “ascolta” ed è un’espressione che compare in tre passi biblici tra cui in una fondamentale preghiera della liturgia giudaica recitata durante le orazioni del mattino e della sera.
Levi utilizza questo termine come titolo del suo scritto in modo da destare subito in chi legge la dovuta attenzione alle sue parole. Attraverso questa efficace chiave d’apertura, infatti, egli rivolge un forte appello al suo lettore affinché rifletta su ciò che sta per leggere e fissi nella memoria la sua agghiacciante testimonianza della Shoah.
Si intuisce già qui l’intenzione di far leva nel modo più incisivo possibile su chi legge per fargli capire, più di ogni cosa, l’urgenza del ricorso a quella memoria alla quale egli si riferisce nel testo. Il tema fondamentale di “Shemà” è, quindi, l’esigenza del ricordo di ciò che è stato.
Questa sua incalzante “emergenza del ricordo” si riconosce anche nella narrazione arida, asciutta e sintetica del componimento la quale, però, è, allo stesso tempo, abbastanza realisticamente dettagliata da far comprendere sia il senso dei sentimenti dell’autore sia il crudo sfondo dell’ambientazione centrale della poesia.
Il poeta individua nella rimembranza dell’orrore dei campi di sterminio nazisti, non solo l’unico strumento per reagire al dramma di quei fatti all’epoca a lui ancora recenti, ma anche il giusto modo per far sì che quello che era stato non potesse più ripetersi nella Storia dell’umanità.
Questo tema fondamentale del ricordo diventa talmente importante ed innegabile da trasformarsi alla fine quasi in un comandamento morale a cui nessuno può sottrarsi.
Con lo scopo di rendere basilare la funzione del ricordo, Levi lavora sulle immagini che vuole trasmettere attraverso l’uso di parole dirette, semplici e chiare che arrivano dritte al cuore del lettore e, per risaltare la forza di ciò che dice, si spoglia dei classici artifici poetici rinunciando alla cantabilità dei versi e alla rima, insistendo, però, sulle anafora (Voi, che, considerate, senza).
Egli, senza giri di parole, riporta alcune delle più emblematiche ingiuste brutture commesse contro gli Ebrei internati.
L’appello al lettore è esplicito e immediato già al primo verso.
In quel “Voi” scelto come prima parola del testo Levi vuole scuotere chi vive nell’indifferenza e non ha preso posizioni su quell’orribile vicenda della storia e chi finge di non ricordare ciò che è accaduto.
Il pronome personale “Voi” è inserito in una contrapposizione tra chi vive da sempre una tranquilla vita “Normale”, fatta di sicurezze materiali e affettive, e la condizione disumana di chi si è trovato in un campo di concentramento.
Levi, in questa antitesi, sottopone tutta quell'umanità silenziosa, apatica ed emotivamente assente in quei fatti storici concentrata in quel “Voi” a una toccante riflessione – domanda.
Egli chiede a degli ipotetici interlocutori dalla coscienza tranquilla se possano mai ritornare alla vita di prima coloro che hanno subito la follia dei lager. Levi domanda al suo lettore, in particolare a quello che non ha impedito il massacro degli Ebrei, se sia mai possibile considerare più un uomo come gli altri colui che è stato privato del proprio nome, che ha lavorato nel fango senza pace, che ha lottato per un pezzo di pane rinsecchito e che è stato logorato, istante per istante, dal pensiero che la sua vita dipendeva da un capriccio altrui.
Poi, prosegue con lo stesso proposito di riflessione prendendo in considerazione stavolta la triste immagine di ciò che resta di una donna ormai senza più identità, che è stata rasata e privata della sua folta chioma che fino a poco tempo prima era stata il suo unico vanto e che non potrà mai più assaporare la gioia della maternità in quanto il suo ventre è stato reso sterile dalla malnutrizione, dal trauma psicologico e dagli esperimenti corporali eseguiti senza pietà dai medici nazisti.
Levi fa di queste due anonime figure senza più forze e con lo sguardo perso nel vuoto sopravvissute ai lager il simbolo degli innegabili danni irreversibili provocati dalle atrocità a cui tutti gli Ebrei furono costretti dai loro persecutori nazisti.
Danneggiamenti dei quali è bene tener conto la loro profonda e tragica gravità.
Con i versi delle prime due strofe, quindi, l’autore obbliga l’umanità, soprattutto quella che si è estraniata a quei fatti, a non negare quella barbarie, ma anche a conoscere nei minimi dettagli ciò che di orribile ed indelebile è successo in quei luoghi. Poi, nella terza strofa il tono dell’autore diventa più autoritario, quasi come se costringesse alla vergogna per ciò che non si è fermato.

Levi, attraverso una serie di imperativi, si mostra intransigente su ciò che ora è bene fare riguardo a quello che è avvenuto in quei posti disumani.
Esigendo una sorta di obbedienza, egli sottolinea ulteriormente la necessità del ricordo di generazione in generazione di quella brutta pagina della Storia, sia per non dimenticare tutti i “sommersi” dei lager sia come monito per chi verrà dopo.
Contro coloro che, invece, si sottraggono a questo dovere morale Levi punta il dito e, con l’uso di alcuni congiuntivi, come forte condanna alla loro insistente indifferenza, gli scaglia contro una profetica maledizione, ovvero la prospettiva di un doloroso contrappasso.
La poesia di Levi è una toccante testimonianza di un sopravvissuto allo strazio fisico e mentale del lager per sempre condannato a subire le conseguenze di quell’annullamento spirituale e psicologico imposto nei campi di sterminio nazisti.
Il testo mi è sembrato l’urlo disperato di un uomo che si sente più vicino al mondo dei morti che non dei vivi, il quale, non trovando più un suo spazio nella quotidiana vita reale, pare non ritenersi più fortunato rispetto ai tanti Ebrei bruciati nei forni crematori.
Levi indubbiamente mi è apparso un uomo che ormai ha compreso l’unico scopo della sua vuota esistenza e cioè la testimonianza di ciò che ha visto e subito, l’obbligo al continuo ricordo della Shoah e l’assoluta condanna alla perpetrata indifferenza a ciò che è stato.
Lui vuole, in sintesi, dirci che quell’inferno che gli ha rubato l’anima, le lacrime, la gioia di vivere e che gli ha anche assassinato il suo Dio può ancora essere reale, ma per scongiurarlo bisogna che noi, e chi verrà dopo, portiamo nel nostro cuore e nella nostra mente ciò che ci dice affinché la ragione si elevi sempre e non cada nell’errore di un altro scempio a danno della grande famiglia umana alla quale tutti indistintamente apparteniamo.
BENEDETTO COMPAGNONE

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